Cuore o ragione? Marketing emozionale e neuroscienze nel comportamento del consumatore
Università del Sannio, 4 giugno 2012, ore 16.30, Sala Rossa delle Lauree – Palazzo San Domenico, Piazza Guerrazzi – Benevento
Aprono i lavori
- Filippo Bencardino, Rettore Università del Sannio
- Biagio Mataluni, Delegato Confindustria Ricerca e Innovazione Benevento, Presidente degli Oleifici Mataluni
- Felice Casucci, Università del Sannio
Introduce e Coordina: Maria Rosaria Napolitano, Università del Sannio
Relatori:
- Francesco Gallucci, Presidente 1to1lab e autore del Saggio “Marketing Emozionale e
Neuroscienze” - Raffaele Crispino, Vice Presidente AISM (Associazione Italiana Marketing)
- Enrico Viceconte, Stoà
- Gianluca Zaffiro ed Elena Guercio, Telecom Italia,
- Arianna Trettel, Direttore Brain Signs, spin-off dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
- Raffaele Sibilio, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
- Riccardo Resciniti, Università degli Studi del Sannio
Alla ricerca dell’ultimo anello della catena del valore
Relazione di Enrico Viceconte
Il gruppo di ricerca guidato da Francesco Gallucci è una punta avanzata degli studi di marketing centrati sul comportamento del consumatore.
Il libro presenta il meglio della ricerca più recente sulla psicologia applicata al marketing, con un approfondimento, finalmente molto completo e chiaro, sull’apporto che le neuroscienze possono fornire ai modelli per l’interpretazione e la previsione dei comportamenti di acquisto e di consumo.
Tra i ricchissimi contenuti del libro, ho il tempo per trarre solo alcuni spunti. Scelgo alcuni temi che si intersecano ai miei interessi nella ricerca e nella didattica del management.
L’economia e, di conseguenza, il marketing ha sempre considerato il cervello del consumatore come una “scatola nera” di cui si possono, induttivamente, prevedere ragionevolmente le risposte agli stimoli esterni. Ad esempio con il modello che postula l’esistenza dell’homo oeconomicus, in grado di scegliere in base alla valutazione razionale della propria utilità. L’economia si basa su questo modello e forse per questo prende grandi cantonate quando vuole prevedere il futuro. Da duemila anni la filosofia si è occupata delle preferenze degli uomini, prendiamo ad esempio gli stoici e gli epicurei. La pratica filosofica di questi discende, per la matrice indoeuropea dei greci e per antichissimi lasciti e scambi, da filosofie orientali ancora più antiche che permangono oggi nel pensiero non europeo. Il cristianesimo, ponendo la finalità delle azioni e delle scelte fuori da noi, ha rallentato sicuramente il progresso della psicologia. Che è diventata scienza molto tardi. E solo oggi si allea all’economia.
Anche il marketing, nato a metà del XX secolo, è esposto a figuracce quando vuole prevedere il futuro (ad esempio il successo di un brand o di un prodotto), facendo uso delle classiche metodologie di analisi, quantitative e qualitative e, tutt’al più, in psicologia, del cognitivismo e del comportamentismo. Fallimentare è stato poi ogni approccio psico-analitico. E’ difficile prevedere ciò che le persone sceglieranno e le esperienze che avranno nel consumo. E forse è un bene così. Il successo di un brand è un “cigno nero”, come dice Nassim Taleb, difficilmente prevedibile a priori, ad esempio con la statistica o il ragionamento induttivo. La mente è molto complessa, anche perché interagisce in modo originale ed autonomo con l’ambiente che la circonda con una sua strategia (altrettanto buona, se non migliore, di quella dei marketeer). Il consumatore, come diceva De Certeau (e prima ancora Gramsci) è un free rider, un bracconiere, difficilmente riconducibile ad un modello stimolo-risposta, come quello del cane di Pavlov che sbava a suono del campanello.
Oggi esistono apparecchiature e tecniche, ben descritte da Gallucci, che danno accesso alla scatola nera. Di cui possiamo cominciare a vedere il contenuto in azione. Non dico che vedere come girano le rotelle sia sufficiente a prevedere i comportamenti. Ma abbiamo in mano strumenti paragonabili al microscopio e al telescopio. Penso che siano invenzioni della stessa portata. Quelle ci servivano a vedere la complessità dell’universo dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande. Questi strumenti ci danno accesso all’universo della mente che, forse, è più complesso. Siamo solo all’inizio, come era per Galilei coi primi telescopi.
Il neuro marketing, entrando nella “scatola nera”, ci dà una mano non tanto a prevedere le azioni future, perché credo che restino sostanzialmente imprevedibili, ma per conoscere meglio la nostra mente sollecitata da una quantità di stimoli senza precedenti.
Veniamo ai concetti sui quali sto lavorando e che beneficiano del punto di vista di Gallucci.
1. Value in use. E’ un concetto non nuovissimo nella formulazione ma ancora da sfruttare per quanto riguarda le implicazioni. Considerare il consumatore “prosumer”, co-produttore (integrato a monte) del valore dell’offerta è un punto di vista ancora centrato sul prodotto/processo di produzione. E’il produttore a doversi “integrare a valle” diventando co-creatore del valore nel processo del cliente.
Mi spiego. Il valore si produce nella testa del cliente, nel momento e nelle modalità stabilite dal cliente e non, fuori da lui, in un iperuranio di idee di prodotto da “adottare”. Il prodotto, o il servizio, sono strumenti che il cliente usa (in modo idiosincratico) per creare valore per sé stesso. A volte sono servomeccanismi del cliente.
Una rivoluzione copernicana che gli strumenti del neuro marketing (come il telescopio di Galilei) ci permettono di osservare. Ne ho scritto, assieme a Raffaele Crispino, sull’edizione italiana di Harvard Business Review. (Raffaele Crispino, Enrico Viceconte, Value in Use, Harvard Business Review Italia N°1 2012)
Il penultimo anello della catena del valore è il processo del cliente. L’ultimo anello è nel processo, tutto interno al cervello, che genera l’esperienza d’uso, più o meno piacevole. Diciamo che il fine ultimo è la produzione di endorfine del cliente e, quindi, il suo piacere-umore (la sua jouissance avrebbe detto Lacan). /Jouissance/, ovvero “godimento”, per Lacan, è una parola che contiene un che di erotico. Ma /jouissance/, in francese, è anche un termine legale che significa l’usufrutto di un bene, il suo possesso.
2. La progettazione delle esperienze. Ne ho discusso, nel 2003, con Francesco Morace, Giovanni Lanzone e Francesco Zurlo, su Sviluppo e Organizzazione (Enrico Viceconte, La progettazione delle esperienze nello sviluppo di nuovi prodotti, Sviluppo & Organizzazione, N°197, 2003). Si può progettare l’esperienza ottimale? La risposta era si, se si entra nella testa del cliente, e nelle sue routine psicomotorie, attraverso un processo di immedesimazione. Nell’approccio design driven, successivamente sviluppato da Roberto Verganti, questo mettersi nei panni del cliente, diventa mestiere, più che del marketeer, di una figura di “inteprete” che modella sul proprio gusto quello che il consumatore ancora non sa o non sa esprimere. Esiste un modello di simulazione del funzionamento di un cervello migliore del cervello di un’altra persona? Magari un cervello particolarmente creativo. Un “interprete” è il designer (mettiamo Giovannoni per Alessi) oppure l’imprenditore stesso (mettiamo Steve Jobs). La logica design driven non è “technology push” né “market pull”. Il processo creativo, in quei casi, è altrettanto felice del processo di fruizione. E in questo si avvicina alla produzione e alla ricezione dell’opera d’arte. Con la sua apertura semiotica (Enrico Viceconte, Opera Aperta, apertura e indeterminazione nella co-creazione di nuovi prodotti, Sviluppo e Organizzazione N°225 Gennaio/Febbraio 2008). Il marketing si occupa del significato delle cose e il significato determina l’esperienza .
3. L’esempio del packaging. Al package del prodotto è assegnato il compito della battaglia finale, con i concorrenti, sul fronte dello scaffale. Il momento della verità della strategia di branding e di comunicazione, ma anche del processo produttivo e logistico.
Il package è una macchina di produzione e logistica (per contenere, conservare, trasportare, erogare, dosare ecc.), ma anche una macchina per comunicare. Il package è uno storyteller: si occupa di raccontare delle storie:
- storie di un “prima”: la storia che precede l’acquisto: le origini, gli ingredienti, il processo produttivo, la reason why, la “firma autoriale”, la storia del brand (l’heritage).
- storie di un “dopo”: la storia che segue l’acquisto: come usare il prodotto per trarne il massimo vantaggio (mescolare, riscaldare, servire, stirare, lavare a secco ecc., smaltire in un certo modo. Anche in forma di invito/augurio ”buon apptetito!”, “enjoy!”).
Le storie entrano potentemente nella generazione dell’esperienza d’uso. E nella produzione di endorfine. Le favole, ad esempio, ci hanno aiutato in questo quando eravamo piccoli e ci aiutano ancora.
Ma il package è oggetto sensuale: ha il contatto diretto con la mano del cliente. Consente, nei pochi secondi dedicati alla scelta, di comunicare ai sensi, direttamente all’amigdala alcune informazioni importanti per la decisione. E questo avviene in modo diverso in ciascuna cultura.
Prendiamo il caso della bottiglia dell’olio d’oliva. In Italia la storia vuole che sia di vetro. C’è una storia che racconta il vetro in Italia e che non appartiene alle popolazioni che non usano da sempre l’olio d’oliva. Per noi è necessario che al tatto la bottiglia sia fredda, rigid e pesante come il vetro. Per un americano o un giapponese è l’opposto. Il vetro è considerato un lusso inutile per cui non si è disposti a pagare, con il rischio aggiuntivo della fragilità della confezione. Lo stesso contatto, a Benevento o a Tokio ha un riflesso diverso a livello neurologico. Il giapponese è rassicurato e attratto dalla plastica, l’italiano dal vetro.
Ecco che entra l’innovazione e differenziazione “design driven”. Il caso dell’Olio Dante prodotto da Biagio Mataluni a Montesarchio. L’idea nasce dalla ricerca e sviluppo, nei laboratori dell’Azienda, di nuove tecnologie di packaging. Ne esce una bottiglia di PET inguainata in un’elegante shirink sleeve, che colloca la sensazione tattile in una nuova area sensoriale, e anche il riflesso della luce sulle superfici (né matte né lucide) ha un impatto visivo inedito. La forma e la grafica conserva l’heritage del prodotto (la storia del “prima”) senza dare l’impressione di imitare, in materia banale, forme classiche. La sensazione tattile e visiva convergono; forniscono piacere e promettono, per la storia del “dopo”, piacere e benessere. L’aggiunta, nella gamma, di vitamina D, parla alla ragione, rassicura che la tradizione e l’innovazione non si contraddicono: possono allearsi per il massimo vantaggio del consumatore. A livello di nuromarketing funziona: è un progetto felice. La bottiglia spicca sullo scaffale e si fa accarezzare, per dischiudere i valori della marca. E l’innovazione basata sulla tradizione.


















