Open Design

Il 28 giugno 2013 alle 14.30 alla Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli, Marco Borrelli, Enrico Viceconte e Gino Iannace incontrano Massimiliano Messina, Presidente di Flou.
Si discute del progetto NATEVO di Open Design.
Tema dell’intevento di Enrico Viceconte: Strategic Design e modelli di business “aperti” e “sociali”.

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Carriere Manageriali Internazionali

La sfida del cambiamento come propulsore della carriera

15 marzo 2013, ore 10.00
Stoà, Villa Campolieto – Ercolano

Lezione Magistrale di Angelo Trocchia, Presidente di Unilever Italia

Angelo Trocchia, Chairman Unilever Italia, MBA Stoà

Angelo Trocchia, Chairman Unilever Italia, MBA Stoà

Giunto oggi alla presidenza di Unilever Italia, Angelo Trocchia racconta ai giovani le lezioni apprese durante la sua straordinaria carriera e l’importanza di vivere e lavorare in un contesto internazionale, in un’azienda che trae dalla diversità delle culture la linfa per l’innovazione, il cambiamento e il successo.
La lectio magistralis è tenuta alla Stoà, la Business School dalla quale. nel 1991, Angelo Trocchia ha spiccato il volo.
Unilever Italia, che dal marzo 2013 sarà guidata da Angelo Trocchia, è un’azienda che fattura oltre un miliardo di euro, conosciuta e apprezzata per il suo prestigioso portafoglio di storici brand: Algida, Knorr, Lipton, Dove, Coccolino, Lysoform, Mentadent e tanti altri.
Da marzo 2013, Angelo Trocchia lascia la presidenza di Unilever in Israele e prende il posto, in Italia, dell’inglese James Hill che va a guidare il Gruppo Findus in Inghilterra.
La carriera di Angelo Trocchia è costellata di successi. Trocchia, nato a Formia, PHD in ingegneria aeronautica a Roma, consegue l’MBA alla Stoà poi inizia il suo percorso di carriera internazionale in Unilever in qualità di ingegnere di progetto per poi ricoprire in Olanda e Italia vari ruoli nella Supply Chain e nelle vendite prima di assumere la responsabilità del business food in Repubblica Ceca. Durante la sua ultima esperienza in Unilever Italia, Trocchia è stato vice president della business unit di surgelati dove ha avuto un ruolo chiave nel processo di cessione e transizione del ramo d’azienda e dei marchi Findus, 4 Salti in Padella, That’s Amore, Sofficini e Capitan Findus all’inglese Birds Eye Igloo Group. Nel suo precedente incarico è stato invece responsabile della business unit del gelato ‘fuori casa’, gestendo tutte le attività di marketing e vendite per il canale PE della divisione Algida, a sua volta parent brand di numerosi marchi di primo piano come Cornetto, Magnum, Viennetta, Solero, Café Zero, e per il marchio Bistefani Sfornati e Mangiati.
Tra i docenti del suo master in Stoà, Lester Thurow, Ron Lessard, Lisa Lynch, Richard

Foto di gruppo 1991: la classe MBA Stoà di Angelo Trocchia con il prof. Don Lessard del MIT di Boston

Foto di gruppo 1991: la classe MBA Stoà di Angelo Trocchia con i professori Roberto Parente, Paolo Celentani e Don Lessard del MIT di Boston

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Scene dall’MBA Stoà 1991

Locke, Eleanor Westney, Don Rosenfield della Sloan School of Management del MIT.
Al termine della lezione, Salvatore Garbellano, del comitato scientifico del Centro Studi dell’ASFOR, nel presentare il volume “40 anni di formazione manageriale da lui curato, si soffermerà sul ruolo della formazione manageriale per la competitività.
La lezione si terrà in occasione del Graduation Day Stoà in cui riceveranno il diploma master Stoà gli allievi dei Master Stoà in Direzione e Gestione di Impresa, in International and Local Development, in Gestione delle Risorse Umane, in Auditing and Managerial Accounting.

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Teamwork all’ MBA 1991

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Managing Large Scale Engineering Programs

Challenges in Program Execution by Bridging Knowledge Domains

25 ottobre 2012
Stoà, Villa Campolieto
Ore 14-18

L’evento ha chiuso un programma formativo di CIRA (Photos), Centro Italiano Ricerche Aerospaziali che si è articolato nei due corsi, finanziati da Fondimpresa:

  • Systems Engineering & Management Program
  • Project Management Program

Stoà, Managing Large Scale Engineering Programs
Il Knowledge Exchange Event ha visto il coinvolgimento delle aziende che hanno contribuito con le loro testimonianze alla realizzazione del programma di alta formazione
MBDA, ELV-Avio, ThalesAlenia Space, SELEX-SI
e di esperti delle associazioni professionali PMI ed INCOSE nell’ottica della comunità professionali e di pratiche e della condivisione dei “Knowledge Domains”

Bridging Knowledge Domains significa mettere a confronto esperienze diverse sul tema dell’”execution” in programmi complessi di ingegneria, con particolare riguardo alla creazione del valore, e al miglioramento continuo delle performance di progetto e della riduzione delle attività che non creano valore.

Per individuare delle linee guida emergenti dalle migliori pratiche professionali e dalle più avanzate esperienze organizzative

E per individuare le possibili aree di sviluppo professionale e formazione, con particolare riguardo all’aerospazio.

Stoà, Managing Large Scale Engineering Programs

Michelangelo L’Abbate Thales Alenia Space, Ettore Scardecchia ELV-AVIO, Anfdrea Tocci SELEX-SI, Onorio Iervolino, Raffaella Di Franco, Pier Paolo De Matteis CIRA, Centro Italiano di Ricerche Aerospaziali

Stoà, Managing Large Scale Engineering Programs

Tra i docenti: Michelangelo L’Abbate, Leonardo Lecce, Enrico Viceconte, Ettore Scardecchia, Andrea Tocci

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La sfida della complessità: International Workshop on Project & Knowledge Management Trends 2012

2d International Workshop on Project & Knowledge Management Trends 2012“Complessità nel Project e Knowledge Management

Nel corso del seminario  Managing Large Scale Engineering ProgramsChallenges in Program Execution by Bridging Knowledge Domains del 25 ottobre 2012 presso Stoà, l’ing. Giacomo Franco e l’ing. Enrico Viceconte presenteranno il secondo workshop PKMT 2012 dal titolo “Complessità nel Project e Knowledge Management” organizzato dal PKMT che si terrà  il giorno 19 dicembre 2012 presso l’Università di Salerno.

Il workshop focalizza il tema della complessità nei progetti adottando una prospettiva sistemica e utilizzando i pilastri della teoria della complessità.

L’edizione di questo anno presenta delle interessanti innovazioni nella formula del Workshop, che arricchiscono l’evento in termini di confronto e stimoli.

PKMT2012 si svilupperà in quattro fasi durante la giornata dei lavori:
1) Presentazioni di sfondo da parte di key speakers che delineano lo scenario dei lavori in corso sul tema della complessità nei progetti, offrendone una visione multiprospettica.
2) Summary dei contributi delle presentazioni in modalità plenaria, guidati dagli speakers e dal Program Committee per delineare filoni di ricerca aperti e in esplorazione o ambiti di conoscenza ancora da esplorare.
3) Presentazioni di abstract di ricerca da parte di ricercatori che intendono confrontarsi con un pubblico competente e appassionato.
4) Tavola rotonda di confronto per la selezione delle tematiche di maggiore interesse e la discussione del potenziale contributo italiano rispetto ad un contesto internazionale di riflessione quale quello del PKMT2013. Sarà promossa la formazione di gruppi di ricerca multidisciplinari per sviluppare le tematiche selezionate adottando diverse prospettive .
Alcune tematiche di interesse proposte:
- Determinatezza della pianificazione versus incertezza dell’esecuzione nei progetti e proiezione degli effetti nel tempo.
- Organizzazione e condivisione di asset a supporto della governance di progetti complessi.
- Gestione dei Gap Percettivi degli stakeholder.
- Gestione delle risorse umane e delle soft skill come fattore di complessità progettuale.
- Modelli di supporto alle decisioni di Project Management in condizioni di complessità.
Il workshop è organizzato e coordinato da un vasto gruppo di ricercatori, docenti e professionisti d’impresa:

Marialuisa Saviano, Paolo Maresca, Giuseppe Visaggio, Danilo Caivano, Primiano di Nauta, Paolo Canonico, Vincenzo D’Errico, Paola Mosca, Enrico Viceconte, Rossella Aiello.

Chairmen: Giancarlo Nota dell’Università degli Studi di Salerno e Giacomo Franco, IBM,  Presidente del PMI-SIC.

Giacomo Franco, Presidente PMI-SIC

Tra i Keynote Speakers il Prof. Barile dell’Università di Roma La Sapienza, Walter Ginevri (Presidente del PMI-NIC), Anna Maria Felici (Presidente del PMI-Rome Chapter) e Massimiliano Corsi (Project Management Leader e Training Leader alla General Electric) e altri rappresentanti di Enti e Aziende innovative interessati alla ricerca nel Project Management.

Giacomo Franco, Paolo Maresca e Giancarlo Nota sono autori di numerose pubblicazioni sul tema del Knowledge Management nelle organizzazioni tra cui Modeling Social Influences in a Knowledge Management Network (Excerpt)

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Squali, pecore, cigni e fanciulle in fiore

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La sfida della complessità si vince con il “Systems Engineering”

“ Systems Engineering and Management: Current Practices and Future Trends”

La prolusione di Cihan Dagli ai nuovi programmi di “Systems Engineering & Management” e “Project Management” di Stoà

Presentano l’evento
Enrico Viceconte, Stoà
Leonardo Lecce, Università di Napoli Federico II
Leopoldo Verde, Direttore Generale CIRA

In alcuni settori industriali il grado di complessità dei progetti di innovazione tecnologica e di sviluppo di nuovi prodotti richiede  il coordinamento di un numero enorme di specialisti di altissima qualificazione, in imprese e centri di ricerca diversi sparsi in ogni angolo del mondo. Con la dimensione dei progetti, cresce la domanda di performance dei programmi di ricerca e sviluppo e la necessità di mitigare il rischio di insuccesso o di performance scadenti. Conoscenze, rischi e carichi di lavoro sono condivisi su larga scala.  Nel contesto attuale cresce la necessità di rendere i progetti di sviluppo agili ed adattivi relativamente ad obiettivi che possono modificarsi lungo il ciclo di vita del progetto. La risposta ai problemi che possono nascere è allo stesso tempo tecnica e organizzativa e la disciplina che viene in aiuto ai project manager e ai program manager si è sviluppata anche grazie all’approccio “architetturale” sviluppato presso l’Università del Missouri, nel dipartimento guidato dal professor Cihan Dagli.

Il professor Dagli ha presentato lo stato attuale delle pratiche di System Engineering e i trend futuri, in una lezione magistrale che si è tenuta il 6 luglio presso la sede di Stoà,  Istituto di Studi per la Direzione e Gestione di Impresa, a Villa Campolieto, in occasione dell’inaugurazione dei nuovi programmi di alta formazione “Systems Engineering & Management” e “Project management” indirizzati ad ingegneri aerospaziali del CIRA.

Dagli, che ha sviluppato il suo approccio a partire da studi sulla complessità e sulle reti neurali, è anche il fondatore e il coordinatore, per conto della Boeing, del  Missouri S&T’s System Engineering graduate program. Autore di uno sterminato numero di pubblicazione sull’ingegneria dei sistemi è anche consulente di Boeing, AT&T, John Deere, Motorola, U.S. Army.

L’importanza della nuova disciplina per lo sviluppo dell’innovazione è riconosciuta anche dall’UNIDO, e dall’OECD, organizzazioni di cui Dagli è consulente.

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Alla ricerca dell’ultimo anello della catena del valore

Cuore o ragione? Marketing emozionale e neuroscienze nel comportamento del consumatore

Università del Sannio, 4 giugno 2012, ore 16.30, Sala Rossa delle Lauree – Palazzo San Domenico, Piazza Guerrazzi – Benevento

Aprono i lavori

  • Filippo Bencardino, Rettore Università del Sannio
  • Biagio Mataluni, Delegato Confindustria Ricerca e Innovazione Benevento, Presidente degli Oleifici Mataluni
  • Felice Casucci, Università del Sannio

Introduce e Coordina: Maria Rosaria Napolitano, Università del Sannio

Relatori:

  • Francesco Gallucci, Presidente 1to1lab e autore del Saggio “Marketing Emozionale e Neuroscienze”
  • Raffaele Crispino, Vice Presidente AISM (Associazione Italiana Marketing)
  • Enrico Viceconte,  Stoà
  • Gianluca Zaffiro ed Elena Guercio, Telecom Italia,
  • Arianna Trettel, Direttore Brain Signs, spin-off dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
  • Raffaele Sibilio, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
  • Riccardo Resciniti, Università degli Studi del Sannio

Alla ricerca dell’ultimo anello della catena del valore

Relazione di Enrico Viceconte

Il gruppo di ricerca guidato da Francesco Gallucci è una punta avanzata degli studi di marketing centrati sul comportamento del consumatore.

Il libro presenta il meglio della ricerca più recente sulla psicologia applicata al marketing, con un approfondimento, finalmente molto completo e chiaro, sull’apporto che le neuroscienze possono fornire ai modelli per l’interpretazione e la previsione dei comportamenti di acquisto e di consumo.

Tra i ricchissimi contenuti del libro, ho il tempo per trarre solo alcuni spunti. Scelgo alcuni temi che si intersecano ai miei interessi nella ricerca e nella didattica del management.

L’economia e, di conseguenza, il marketing ha sempre considerato il cervello del consumatore come una “scatola nera” di cui si possono, induttivamente, prevedere ragionevolmente le risposte agli stimoli esterni. Ad esempio con il modello che postula l’esistenza dell’homo oeconomicus, in grado di scegliere in base alla valutazione razionale della propria utilità. L’economia si basa su questo modello e forse per questo prende grandi cantonate quando vuole prevedere il futuro. Da duemila anni la filosofia si è occupata delle preferenze degli uomini, prendiamo ad esempio gli stoici e gli epicurei. La pratica filosofica di questi discende, per la matrice indoeuropea dei greci e per antichissimi lasciti e scambi, da filosofie orientali ancora più antiche che permangono oggi nel pensiero non europeo. Il cristianesimo, ponendo la finalità delle azioni e delle scelte fuori da noi, ha rallentato sicuramente il progresso della psicologia. Che è diventata scienza molto tardi. E solo oggi si allea all’economia.

Anche il marketing, nato a metà del XX secolo, è esposto a figuracce quando vuole prevedere il futuro (ad esempio il successo di un brand o di un prodotto), facendo uso delle classiche metodologie di analisi, quantitative e qualitative e, tutt’al più, in psicologia, del cognitivismo e del comportamentismo. Fallimentare è stato poi ogni approccio psico-analitico. E’ difficile prevedere ciò che le persone sceglieranno e le esperienze che avranno nel consumo. E forse è un bene così. Il successo di un brand è un “cigno nero”, come dice Nassim Taleb, difficilmente prevedibile a priori, ad esempio con la statistica o il ragionamento induttivo. La mente è molto complessa, anche perché interagisce in modo originale ed autonomo con l’ambiente che la circonda con una sua strategia (altrettanto buona, se non migliore, di quella dei marketeer). Il consumatore, come diceva De Certeau  (e prima ancora Gramsci) è un free rider, un “bracconiere”, difficilmente riconducibile ad un modello stimolo-risposta, come quello del cane di Pavlov che sbava al suono del campanello.

Oggi esistono apparecchiature e tecniche, ben descritte da Gallucci, che danno accesso alla scatola nera. Di cui possiamo cominciare a vedere il contenuto in azione. Non dico che vedere come girano le rotelle sia sufficiente a prevedere i comportamenti. Ma abbiamo in mano strumenti paragonabili al microscopio e al telescopio. Penso che siano invenzioni della stessa portata. Quelle ci servivano a vedere la complessità dell’universo dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande. Questi strumenti ci danno accesso all’universo della mente che, forse, è più complesso. Siamo solo all’inizio, come era per Galilei coi primi telescopi.

Il neuro marketing, entrando nella “scatola nera”, ci dà una mano non tanto a prevedere le azioni future, perché credo che restino sostanzialmente imprevedibili, ma per conoscere meglio la nostra mente sollecitata da una quantità di stimoli senza precedenti.

Veniamo ai concetti sui quali sto lavorando e che beneficiano del punto di vista di Gallucci.

1. Value in use. E’ un concetto non nuovissimo nella formulazione ma ancora da sfruttare per quanto riguarda le implicazioni. Considerare il consumatore “prosumer”, co-produttore  del valore dell’offerta è un punto di vista ancora centrato sul prodotto/processo di produzione. E’il produttore a fornire risorse  diventando co-creatore del valore nel processo del cliente.

Mi spiego. Il valore si produce nella testa del cliente, nel momento e nelle modalità stabilite dal cliente e non, fuori da lui, in un iperuranio di idee di prodotto da “adottare”. Il prodotto, o il servizio, sono strumenti che il cliente usa (in modo idiosincratico) per creare valore per sé stesso. A volte sono servomeccanismi del cliente.

Una rivoluzione copernicana che gli strumenti del neuro marketing (come il telescopio di Galilei) ci permettono di osservare. Ne ho scritto, assieme a Raffaele Crispino, sull’edizione italiana di Harvard Business Review. (Raffaele Crispino, Enrico Viceconte, Value in Use, Harvard Business Review Italia N°1 2012)

Il penultimo anello della catena del valore è il processo del cliente. L’ultimo anello è nel processo, tutto interno al cervello, che genera l’esperienza d’uso, più o meno piacevole. Diciamo che il fine ultimo è la produzione di endorfine del cliente e, quindi, il suo piacere-umore (la sua jouissance avrebbe detto Lacan). /Jouissance/, ovvero “godimento”, per Lacan, è una parola che contiene un che di erotico. Ma /jouissance/, in francese, è anche un termine legale che significa l’usufrutto di un bene, il suo possesso.

2. La progettazione delle esperienze. Ne ho discusso, nel 2003, con Francesco Morace, Giovanni Lanzone e Francesco Zurlo, su Sviluppo e Organizzazione (Enrico Viceconte, La progettazione delle esperienze nello sviluppo di nuovi prodotti, Sviluppo & Organizzazione, N°197, 2003). Si può progettare l’esperienza ottimale? La risposta era si, se si entra nella testa del cliente, e nelle sue routine psicomotorie, attraverso un processo di immedesimazione. Nell’approccio design driven, successivamente sviluppato da Roberto Verganti, questo mettersi nei panni del cliente, diventa mestiere, più che del marketeer, di una figura di “inteprete” che modella sul proprio gusto quello che il consumatore ancora non sa o non sa esprimere. Esiste un modello di simulazione del funzionamento di un cervello migliore del cervello di un’altra persona? Magari un cervello particolarmente creativo. Un “interprete” è il designer (mettiamo Giovannoni per Alessi) oppure l’imprenditore stesso (mettiamo Steve Jobs). La logica design driven non è “technology push” né “market pull”. Il processo creativo, in quei casi, è altrettanto felice del processo di fruizione. E in questo si avvicina alla produzione e alla ricezione dell’opera d’arte. Con la sua apertura semiotica (Enrico Viceconte, Opera Aperta, apertura e indeterminazione nella co-creazione di nuovi prodotti, Sviluppo e Organizzazione N°225 Gennaio/Febbraio 2008). Il marketing si occupa del significato delle cose e il significato determina l’esperienza .

3. L’esempio del packaging. Al package del prodotto è assegnato il compito della battaglia finale, corpo a corpo con i concorrenti, sul fronte dello scaffale e nel cervello del consumatore. Il momento della verità della strategia di branding e di comunicazione, ma anche del processo produttivo e logistico. Una manciata di secondi decisiva, quella nello spazio tra lo scaffale e il carrello, fatta di sguardi, toccamenti, flash back nell’archivio delle esperienze e delle storie della nostra vita di consumatori. Poi la storia, se la battaglia è vinta sullo scaffale, prosegue nelle nostre case, nell’esperienza d’uso, ma anche nel ricomparire quotidiano della confezione nella credenza o nel frigorifero, o sulla scena della tavola imbandita.

Il package è una macchina di produzione e logistica (per contenere, conservare, trasportare, erogare, dosare ecc.), ma anche una macchina per comunicare.  Il package è uno storyteller: si occupa di raccontare delle storie:

  • storie di un “prima”: la storia che precede l’acquisto: le origini, gli ingredienti, il processo produttivo, la reason why, la “firma autoriale”, la storia del brand (l’heritage).
  • storie di un “dopo”: la storia che segue l’acquisto: come usare il prodotto per trarne il massimo vantaggio (mescolare, riscaldare, servire, stirare, lavare a secco ecc., smaltire in un certo modo. Anche in forma di invito/augurio  ”buon apptetito!”, “enjoy!”).

Le storie entrano potentemente nella generazione dell’esperienza d’uso. E nella produzione di endorfine. Le favole, ad esempio, ci hanno aiutato in questo quando eravamo piccoli e ci aiutano ancora.

Ma il package è oggetto sensuale: ha il contatto diretto con la mano del cliente. Consente, nei pochi secondi dedicati alla scelta, di comunicare ai sensi, direttamente all’amigdala alcune informazioni importanti per la decisione. E questo avviene in modo diverso in ciascuna cultura.

Prendiamo il caso della bottiglia dell’olio d’oliva. In Italia la storia vuole che sia di vetro. C’è una storia che racconta il vetro in Italia e che non appartiene alle popolazioni che non usano da sempre l’olio d’oliva. Per noi è necessario che al tatto la bottiglia sia fredda, rigid e pesante come il vetro. Per un americano o un giapponese è l’opposto. Il vetro è considerato un lusso inutile per cui non si è disposti a pagare, con il rischio aggiuntivo della fragilità della confezione. Lo stesso contatto, a Benevento o a Tokio ha un riflesso diverso a livello neurologico. Il giapponese è rassicurato e attratto dalla plastica, l’italiano dal vetro.

Ecco che entra l’innovazione e differenziazione “design driven”. Il caso dell’Olio Dante prodotto da Biagio Mataluni a Montesarchio. L’idea nasce dalla ricerca e sviluppo, nei laboratori dell’Azienda,  di nuove tecnologie di packaging. Ne esce una bottiglia di PET inguainata in un’elegante shirink sleeve, che colloca la sensazione tattile in una nuova area sensoriale, e anche il riflesso della luce sulle superfici (né matte né lucide) ha un impatto visivo inedito. La forma e la grafica conserva l’heritage del prodotto (la storia del “prima”) senza dare l’impressione di imitare, in materia banale, forme classiche. La sensazione tattile e visiva convergono; forniscono piacere e promettono, per la storia del “dopo”, piacere e benessere. L’aggiunta, nella gamma, di vitamina D, parla alla ragione, rassicura che la tradizione e l’innovazione non si contraddicono: possono allearsi per il massimo vantaggio del consumatore. A livello di nuromarketing funziona: è un progetto felice. La bottiglia spicca sullo scaffale e si fa accarezzare, per dischiudere i valori della marca. E l’innovazione basata sulla tradizione.

http://www.ntr24.tv/it/news/32105

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