Enrico Viceconte

http://www.linkedin.com/in/viceconte

 Svolge attività di direzione scientifica, progettazione e docenza nell’ambito di master e di corsi rivolti a quadri e dirigenti di aziende private e pubbliche.

Insegna
Produzione, innovazione tecnologica, strategia, marketing, comunicazione, sviluppo di nuovi prodotti, design strategico, gestione strategica dei servizi, “imagineering“.

Vantaggio Mediterraneo

Sono nato nel 1954, nell’anno in cui la in Italia è comparsa la televisione. E da quello schermo ho visto cose che voi ragazzi potete solo trovare su Wikipedia. Sono dunque un baby boomer. Ora sapete, se mi chiederete di parlare di qualcosa, quali sono i miei limiti e le mie colpe. Come generazione.

Una generazione dura circa trent’anni: il centro della parabola della maturità di un impiegato, diciamo, tra l’assunzione e la pensione. Un orizzonte temporale in cui una coorte di classe dirigente può fare cose buone o danni. La durata di un grande progetto. Un trentennio può essere il tempo medio in cui le giovani generazioni sostituiscono le vecchie apportando rinnovamento.  Credo, non sono un demografo. Diciamo trentatrè, così un secolo possiamo dividerlo in tre parti uguali. Facciamo partire la lancetta del secolo dalla fine della più sanguinosa e totale guerra della storia e ci accorgiamo che ci siamo incamminati nell’ ultimo terzo di questo secolo. Territorio della generazione Y coi suoi progetti, i “Millennials”. Buon viaggio.

Sono nato dunque nei “trente glorieuses” del ’900, un modo di definire il primo trentennio del dopoguerra, un trentennio di crescita vertiginosa (il boom). Da noi c’era il “miracolo economico”, ma era così in tutto l’occidente in ricostruzione. Insomma crescevano il PIL e i consumi. Poi sono cominciati i “trente desastreuses”, diciamo dallo shock petrolifero del 1973-75 fino a questo avvio di millennio. Mettendo insieme due generazioni da trentatré anni,  partiamo da Hiroshima (1945) per finire a Fukushima (2011).

Anche i sessanta anni precedenti si sarebbero potuti dividere in “trenta gloriosi” (relativa pace e seconda rivoluzione industriale), e “trenta disastrosi” (1914-1945: un vero inferno bellico).

Alla fine del primo decennio dei “trenta gloriosi” guardavo e riguardavo con ammirazione le illustrazioni di un libro di Walt Disney, pieno di ottimismo tecnologico: La storia del nostro amico atomo. Quando leggevo quel libro non è che non ci fossero le paure. Una paura: totale e per questo quasi rimossa. Quella raccontata nell’unico modo possibile dal film “Il dottor Stranamore” (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb).

I trenta gloriosi del ’900 erano, dalle nostre parti,  anni di acciaierie e di automobili. L’automobile: “la macchina che ha cambiato il mondo”, dicevano Womack e Jones al MIT.  Anche la seicento grigia di mio padre cambiava il nostro piccolo mondo familiare. La “classe media”, nido dei baby boomer.

I trenta disastrosi sono gli anni dell’ultraliberismo e della finanza. Anche gli anni dei progetti di Bill Gates e Steve Jobs.  Anni finiti qui con fabbriche dai cancelli chiusi (Gates) e lavori svaniti nel nulla dell’economia virtuale (Jobs). Gli anni del Pacifico di Toyota e della Silicon Valley, dopo gli anni dell’Atlantico di Ford, di Pittsburgh e Detroit. Poi l’accorgersi che la società dei consumi si è consumata, cominciando a consumare il pianeta. Il viaggio che procede, come il sole, da oriente verso occidente: qualche millennio di Mediterraneo, mezzo millennio di Atlantico (dal 1492) per giungere, coi pionieri, alle coste del Pacifico, e poi oltre: dove ormai brucia il fuoco delle acciaierie per miliardi di nuovi consumatori. Il secolo cinese che è iniziato (o forse il millennio). La finanza non ha progetti (ma gioca a scommettere sui progetti di qualcuno), non conosce il ruggito delle acciaierie, né il sapore delle piccole cose. Non ha sensi, non ha gusti né disgusti.

Quali sono stati i miei gusti? E i miei progetti. Non mi piaceva la fantascienza alla Ray Bradbury (nel 1953 usciva su Urania, la rivista che avrei letto per tutta la giovinezza, il racconto Fahernheit 451, quello dei libri bruciati dalle squadre specializzate del “potere”). Non ho mai dato retta a quel tipo di racconti che non si sono avverati, almeno in quella forma. Mi piaceva invece Arthur Clarke, quello di 2001 Odissea nello spazio, e Isaac Asimov, un divulgatore scientifico, con i suoi robot disciplinati a prova di hybris, così diversi dagli androidi di Philip Dick, pronti liberarsi dalla schiavitù, a rivendicare un’ “anima”, e proporsi come nuova generazione in un mondo di uomini sfiniti in megalopoli decadenti.
Sono diventato ingegnere perché mi piaceva l’idea che si potesse progettare un mondo popolato di mezzi di trasporto fantastici. Immaginavo da bambino che nel 2000, a 46 anni, sarei andato in ufficio, in un grattacielo, con l’elicottero o un piccolo disco volante come il signor Jetson dei Pronipoti, il cartone animato di Hanna e Barbera. In cinquant’ anni di vita nel secolo scorso ho assistito, nel 1965, alla nascita del più lussuoso servizio di navigazione tra l’Italia e gli Stati Uniti, con il commovente varo delle turbonavi Michelangelo e Raffaello, e ho assistito nel 1975 all’estinzione di quel servizio. Milioni di ore di ingegneria navale rottamate in soli dieci anni di servizio. Ricordo i filmati dell’arrivo nel porto di New York del transatlantico, con la Statua della Libertà e l’Empire State Building, allora il più alto grattacielo del mondo.


Nel 1976 ho assistito alla nascita del servizio aereo passeggeri supersonico, con il Concorde, e poi all’estinzione di quel servizio nel 2003. Ho assistito nel 1969 al primo viaggio umano tra la Terra e la Luna e nel 1976 all’ultimo. Miliardi di ore di ingegneria volate via assieme a quei sogni aerospaziali che mi avevano affascinato.
Il 1984 non è stato così tetro come quello previsto da Orwell, anzi cinque anni dopo sarebbe sorta la speranza di un mondo senza muri color grigio ferro, pronto a riappropriarsi dei colori. Ma, d’altra parte, non si è avverato neanche il 2001 di Arthur Clarke e Stanley Kubrick, mentre invece nel 2001 un’arcaica pulsione, immaginava e realizzava l’inimmaginabile, a New York, una cosa incredibilmente e orribilmente vera sullo scenario preferito dagli sceneggiatori di incubi finzionali. Eppure pensavamo che, con la fine del ’900, avremmo smesso per sempre di preoccuparci del dottor Stranamore.

Errori di previsione. Vulnerabilità dei sistemi complessi. Uso imprevisto dell’aviazione civile. Collasso di due grattacieli simbolo del commercio mondiale che per qualche anno sono stati i più alti del mondo, restati in piedi solo 18 anni contro i 2500 anni del Partenone e i 4 mila anni delle piramidi. Milioni di ore di ingegneria delle stutture, ingegneria dei sistemi e della sicurezza collassati con le torri. Migliaia di vite perse.

Macchina perforatrice IBM

Nel 1981 programmavo computer con il linguaggio COBOL, trascrivendo le istruzioni su risme di schede perforate. Nel 1979 erano nati contemporaneamente Microsoft e Apple. Nel 1983 sarebbero nati i fogli elettronici e Microsoft Windows, dieci anni dopo il primo browser (nel 1993), poi il primo motore di ricerca (nel 1994). Gli ultimi dieci anni sono trascorsi troppo velocemente e non so raccontarli.

Nel 1983 partecipavo al progetto “sfidante” di rendere economico, con le tecnologie dell’automazione, uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale di piccola taglia. Un “minimill” con l’altoforno invece del forno elettrico. Centinaia di migliaia di ore di ingegneria bruciate in dieci anni, assieme al coke, e che hanno lasciato a Bagnoli una landa desolata, da venti anni in cerca di nuovi progetti, migliori del nostro.

Da venti anni, lasciato il progetto di Bagnoli alla sua dismissione inevitabile e all’ossidazione delle strutture rimaste in piedi, mi definisco ingegnere solo per civetteria. Mi interesso di management. Dicevo che sono stanco. Stanco di aver visto nascere e morire tanti progetti, tanti prodotti, tante tecnologie. Ricordo. Il ronzare dei tubi fluorescenti degli uffici di progettazione la sera prima del Natale, l’odore delle riproduzioni eliografiche, il baccano della telescrivente o della macchina perforatrice delle schede, lo sferragliare del primo fax arrivato in ufficio, il peso del mio primo telefono mobile, il color verde oliva chiaro della mia Olivetti Lettera 32.

4 risposte a Enrico Viceconte

  1. Pingback: 2010 in review « Management

  2. Pino scrive:

    Analisi molto ma molto triste ma che sicuramente può riguardare chiunque abbia vissuto la nostra epoca. Bella e molto profonda!

  3. salvatore iorio scrive:

    nice!

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